martedì 31 gennaio 2012

Top libri fantasy


1) Trilogia de "Il signore degli anelli" (Tolkien)
2) Elric di Melniboné/Elric il negromante (Moorcock) 
3) Lyonesse/La perla verde/Madouc (Vance)
4) La spada spezzata (Anderson)
5) Il castello di Lord Valentine/Il pontifex Valentine (Silverberg)
6) Lo hobbit (Tolkien)
7) La spada di Shannara (Brooks)
8) Il castello d'acciaio (De Camp)
9) Tre cuori e tre leoni (Anderson)
10) Trilogia dei Deryni (Kurtz)

TERNI CITY ROCKERS: 25a e 26a puntata


«L’arte non consiste tanto  
nel rappresentare cose nuove,
bensì nel rappresentarle con novità.»
   (Ugo Foscolo)

DICIANNOVESIMO

   Quante volte siamo passati in certi luoghi e abbiamo tirato avanti senza prestare la benché minima attenzione alla bellezza della natura che ci circondava; quante volte siamo stati in posti a noi sconosciuti e abbiamo detto: «Ma io in questo posto ci sono già stato!», il cosiddetto dejà-vu; quante volte siamo entrati in un bar senza mai fare attenzione alle persone che ci stavano davanti aldilà del bancone.

   Roby amava uscire, ogni tanto, dalla quotidianità monotona del suo vivere a contatto con la musica, con il lavoro e con le mille banalità di tutti i giorni. Era un bohemienne? Bella domanda!
   Le domeniche pomeriggio, spesso, erano dedicate a se stesso. Gli Strangers, solitamente, prendevano altre strade, e a lui piaceva rimanere da solo, ma non afflosciato sulla poltrona a guardare “L’altra domenica” o “Domenica In”, o sul letto a rinfrescarsi lo spirito; magari, se il tempo fuori era grigio o piovoso, prendeva un libro, lo iniziava, e dopo 15/20 pagine lo chiudeva, e allora lo prendeva la malinconia, e non bastava un “…quando il signor Bilbo Baggins di casa Baggins annunziò che avrebbe festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima…” a placare il suo malcontento. E allora prendeva il fedele motorino, faceva il pieno, e via all’avventura (?), alla ricerca di nuovi luoghi da visitare (ma dove vuoi andare con un motorino che non fa più di 40 all’ora, eh, scemo?).
   In quel tempo ormai così lontano, lui faceva collezione di lattine di birra e di pacchetti di sigarette vuoti e, spesso, prendeva una strada qualunque, si accostava il più possibile alla cunetta destra, rallentava la velocità del suo due ruote, e cercava in mezzo alle ripe, lungo i marciapiedi, o tra un albero e l’altro, vecchie lattine e vecchi pacchetti di sigarette che potevano andare ad aumentare le sue già vaste collezioni.

   Quella domenica di gennaio, il tempo non permetteva niente di buono: il cielo grigio minacciava pioggia da un momento all’altro, e il gelido vento che veniva dalla Russia, ti entrava nelle ossa, anche se portavi dieci maglioni di lana uno sull’altro. Ma lui non si scoraggiò: s’infilò i pantaloni del pigiama sotto i jeans, mise la maglia di lana, quella con le maniche lunghe che si era portato via da Cividale, una camicia di flanella pesante a scacchi, un bel maglione di lana tutto nero, il piumino, un passamontagna (a quei tempi non era obbligatorio il casco), guanti da sci alle mani e walkman alle orecchie (indovinate un po’ che musica ascoltava?) e prese la strada che dal quartiere San Giovanni s’inerpicava per la “Macchia di Bussone”, per poi proseguire verso la zona industriale di Vascigliano di Stroncone, e continuare all’infinito passando per una miriade di paesetti come Lugnola, Torri in Sabina, Cantalupo, Poggio Mirteto, per poi finire a Passo Corse, a due passi da Roma.
   Lungo il margine destro, trovò una lunga serie di pacchetti di sigarette abbastanza nuovi che mancavano alla sua collezione (tra cui un pacchetto di Opus di origine polacca… praticamente quasi introvabili), quattro o cinque lattine di birra non acciaccate, 300 lire spicce e un teschio di marmo tutto lavorato che, chissà come, era finito lì, gettato da qualcuno che, evidentemente, non apprezzava quella forma d’arte. Lui lo mise insieme agli altri reperti nello zainetto militare che si era appeso sulle spalle, e se lo portò a casa e, ancora oggi, fa bella mostra di sé sulla scrivania del nostro amico.
  
   C’era, tuttora non lo so perché è passato molto tempo da quando non bazzica più quella zona, un bar lungo la statale, e Roby ci si fermava spesso a bersi un caffè o un bicchierino di Jägermaister (il suo amaro preferito), e anche quella domenica si fermò.
   Fu attratto da un bel bombolone alla crema (i dolci erano la sua passione… e se vedeva… e se vede pure adesso!), lo accompagnò con un bel cappuccino, e poi si mise seduto a seguire le partite alla tv, fumandosi una Camel, tutto assorto nei suoi pensieri.
   Una ragazza gli passò accanto, urtando il suo braccio appoggiato sul tavolino, cosa che lo distolse dai suoi pensieri.
   «Scusa! Scusami tanto! Oggi sono proprio sbadata e non guardo dove vado!» disse lei.
   Roby la guardò: non era quel che si dice una gran gnocca. Capelli castani raccolti in una coda di cavallo, occhi marroni e vicini, folte sopracciglia, colorito più vicino al rosso che al rosato, un’altezza approssimativa sul metro e 65, corporatura robusta… diciamo sui settantacinque chili. Portava un paio di pantaloni che mettevano in evidenza un sedere abbastanza provocante… non proprio “a mandolino”, comunque provocante per i gusti personali di Roby, e un maglione blu a collo alto che metteva in evidenza un seno altrettanto provocante… diciamo una quarta misura? Diciamolo! E possiamo anche dire che quelle erano le uniche cose abbastanza decenti di quella ragazza.
   Roby tirò fuori tutto il suo savoire faire: «Scusami tu! Sono io che sono talmente preso a pensare ai fatti miei, che non mi sono accorto di avere le mani a penzoloni!»
   «Vuoi qualcos’altro oltre al cappuccino?» chiese gentilmente lei.
   «No… ti ringrazio! Sei la padrona del bar?» domandò Roby in un escursus dalla sua proverbiale timidezza «Non ti ho mai vista prima d’ora qui, anche se è un bel pezzo che non passo da queste parti…»
   «Mi chiamo Deborah!»
   «Piacere… R… Renato!» rispose il paraculo.
   «Sono la figlia del padrone… ho finito l’anno scorso le scuole… sai, a Spoleto, all’Istituto Alberghiero, e mi sono diplomata come cameriera ai tavoli e sto aspettando l’occasione buona per andarmene da questo schifo di posto!»
   Roby… anzi, Renato, le chiese di mettersi seduta, anche perché nel locale, in quell’ora che va dalle 15 e 30 alle 16 e 30 circa non c’erano altre persone da servire, e lei si accomodò, pulendosi le mani con una salvietta di carta.
   «E dov’è che ti piacerebbe andare, se non sono indiscreto?» chiese educatamente.
   «Mah… non lo so… Roma… Firenze… magari Venezia… è il mio sogno vedere Venezia!»
   «Non mi dire che non sei mai stata a Venezia!»
   «No, e non vedo l’ora di andarci…»
   «Ne vale assolutamente la pena!» disse Roby/Renato «È una città unica, anche se io non ci vivrei mai. La prima volta che la vedi ti appare come un sogno… un bellissimo sogno da cui non ti vorresti mai svegliare. Io ci sono stato un sacco di volte, ma già alla seconda, m’è apparsa meno affascinante, forse perché la prima volta l’ho vista di notte ed era uno spettacolo unico, mentre la seconda era il giorno di Pasqua e c’era un casino di gente che non si passava, e forse per questo mi ha fatto meno impressione. Comunque è da vedere almeno una volta nella vita… ne vale assolutamente la pena. Mi ricordo che presi una gondola e me n’andai lungo il Canal Grande con tutte le luci dei palazzi che si agitavano sopra di me, i ponti che sfilavano lenti, e le onde del canale che baciavano la prua della gondola come due innamorati al chiaro di luna…» (non ho parole!)
   Lei lo guardò con aria trasognata, mentre lui si sentiva molto Manuel Fantoni (vedi Carlo Verdone nel film “Borotalco”) e un’idea birichina cominciò a fare capolino in quella testolina che non era solo piena di capelli.
   «È molto cara però! Lì un caffè al tavolo del “Florian” te lo fanno digerire a caro prezzo, anche 5000, e se non sei abbastanza fornito, non ti fai neanche una pizza per cena!»
   «Viaggi molto tu?» chiese lei cominciando ad incuriosirsi di quel giovane neanche troppo attraente e per nulla elegante.
   «Si! Sai, faccio l’agente di commercio per una grossa ditta di prodotti tecnologici tipo hi-fi, televisioni, impianti stereo… giro molto l’Italia e anche l’estero con la mia Bmw, però, quelle poche volte che sono a Terni, prendo il mio vecchio motorino, perché alla fine, dopo una o due settimane con il culo sopra la macchina, ti cominci a rompere le scatole!» (ehi, cari lettori, capitemi bene! Logicamente, queste, erano tutte grosse cazzate!) «Pensa che l’altro ieri ero a Vienna per un congresso, e ieri mi sono fermato a Milano, e oggi sono a Terni: c’est la vie!»
   «Eh?»
   «C’est la vie… è la vita!»
   «Ah, si, e che vita!» disse lei alquanto eccitata «E domani dove te ne vai?»
   «Domani… domani… ah, già! Domani rimango a Terni ma dopodomani devo essere a Bari per una fiera dell’elettronica, e nel pomeriggio a Salerno per vedere un cliente importante!»
   «Ma viaggi sempre in macchina? Non ti stancano tutti questi chilometri?»
   «No, amo molto viaggiare in macchina. Il treno è noioso, non arrivi mai, in prima classe c’è sempre gente con la puzza sotto il naso, e l’aereo è diventato troppo snob, ormai lo prendono tutti anche per fare solo 100 chilometri! No, io amo mettermi alla guida della mia auto (ma se c’hai a malapena la patente, brutto porco!), un po’ di musica e basta!»
   «Che bello sarebbe fare la tua vita!»
   «Beh… ci sono i lati positivi e quelli negativi. Certo, vedi molti posti, viaggi sempre, alberghi, ristoranti di lusso, belle ragazze, che non guasta mai, frequenti gente importante… però… però… ci sono anche i contro, tipo le lunghe file sull’autostrada per il pedaggio, le noiosissime riunioni di lavoro, i rimproveri del capo che vorrebbe che facessi sempre di più, però… in fondo… si, è una bella vita la mia!» e si appoggiò allo schienale della sedia, con le mani dietro la nuca, e dentro si sentiva veramente come Verdone nel film.
   Lei lo guardava un po’ invidiosa ma anche curiosa di sapere qualcosa sul mondo esterno: «E fuori dall’Italia dove sei stato?» lo incalzò ancora lei con l’avidità di una persona che non ha mai visto niente.
   «Beh… Londra… Parigi… New York… Madrid… Los Angeles… Stoccolma… Francoforte e poi… aspetta… Vienna e Monaco, e quest’estate vado in Giappone a conoscere la multinazionale per cui lavoro… forse la conosci… la Sony!» (e che kazzo Robbè… ce sei andato leggero!)
   «Porca puttana che culo che c’hai!»
   Lui non le badò, e sorseggiò il cappuccino ormai freddo.
   «E dimmi un’altra cosa… hai mai conosciuto persone famose?»
   «Certo, alle feste, ai cocktail party… ho conosciuto Gigi Proietti che è una persona simpaticissima e gli ho fatto comprare una villa vicino ad Amelia, poi Michele Placido, molto alla mano, Montesano, simpaticissimo, Pozzetto, molto sulle sue, la Sandrelli, meno bella di come appare, Ornella Muti, stupenda donna… e poi, aspetta, fammi ricordare… mmmh… ah, coso… come si chiama… Steven Spielberg, il regista americano, molto simpatico, e Michael Douglas, antipatico e snob, Harrison Ford è invece un gran signore… e poi Stallone…»
   «Stallone? L’attore?»
   «Si, Sylvester Stallone… l’ho conosciuto ad un party a Los Angeles dopo la prima di “Rocky III”»
   «Oh cavolo! Sapessi quanto mi piace! Ma è bello come nei film?»
   «Perché secondo te è bello? Questione di gusti… comunque, che ti devo dire… è molto più basso di come appare nei film, è alto quanto me, se non più basso (questo è vero!), però c’ha una montagna di muscoli… ma è anche mezzo alcolizzato, beve come una spugna!» (vista la situazione che si era creata, ogni cazzata era buona!)  
   «Però, come mi piacerebbe anche a me conoscere tanta gente! Ma se sto qui a farmi un culo così… come cavolo faccio a conoscerla? Questo è un posto dimenticato da Dio, e prima che passi qualche personaggio famoso da queste parti, faccio in tempo ad andare in pensione!»
   «Beh… in effetti non hai tutti i torti! Senti… dammi il tuo nome e cognome, e vedo se posso fare qualcosa per te. Conosco un paio di persone che hanno una catena di ristoranti a Roma… ti piacerebbe lavorare a Roma?»
   «E me lo domandi? Starei pure vicino a casa! Veramente puoi farmi questo favore? Te ne sarò grata per tutta la vita!»
   Roby prese accuratamente nome e cognome della fanciulla allibita, pagò il cappuccino e il bombolone, e se ne tornò a casa tutto soddisfatto.
   «Porcaccia miseria ladra che stronzo!» pensò tra se e se «Però mi sono divertito veramente!» ed imboccò la salita in preda ad una risata di quelle che non riesci a smettere fino a quando non ti vengono giù le lacrime.
   Comprensibilmente, Roby si sentiva come un cane, non era nelle sue intenzioni fare quello che aveva fatto, ma la situazione era allettante e si era presentata nelle migliori condizioni. Però, ora, si stava pentendo di aver preso in giro quella ignara ragazza. Ma lei lo aveva stuzzicato, e in fin dei conti, per il divertimento che ne era conseguito, ne era valsa la pena dire tutte quelle stronzate.
   E per fortuna Roby ebbe l’idea di andarsene presto, sennò chissà quali altre stupidaggini gli sarebbero venute in mente a quella testa di matto.
   E poi, sarà stato il caso, una pura coincidenza: non aveva fatto neanche un chilometro che cominciò a piovigginare e, come se non bastasse, bucò il motorino.
   Ora voi direte che è stata la giustizia divina ed io sono completamente d’accordo con voi.
   Non ci pensò più, e tutto riprese nel solito modo: si alzava come mino alle 9, doccia e colazione, un salto all’edicola a comprare “Il corriere dello sport” o “Sorrisi e Canzoni” o “HM” o “Metal shock” o “Rockstar” o “Tuttifrutti” o “Rockerilla” o “Il giornale dei misteri”, e per fortuna aveva smesso di comprare “Ciao 2001” e “Diabolik” ed ora la sua camera era piena di giornali, di dischi, di cassette audio, di libri e chi più ne ha più ne metta. E dovevano ancora venir fuori le videocassette!

   Il lavoro su Terni City Rockers stava procedendo bene, anche se tutta la preparazione pesava sulle sue spalle e su quelle di Fausto (come volevasi dimostrare), gli articoli erano tutti pronti, bastava metterli in modo da formare le varie pagine e portare tutto in quella tipografia per le fotocopie.

* * * * * * * * * * * *

«Quando pensi a qualcosa,                                       
quando ricordi qualcosa,
mettilo al suo posto,
ma scrivilo mentre ci stai pensando:
potresti non coglierlo
con altrettanto vigore,
la seconda volta.»
   (Francis Scott Fitzgerald)

VENTESIMO

   «Ciao, sono Francesco Pullia e scrivo per “Il Messaggero”. È possibile vederci uno di questi giorni per fare quattro chiacchiere? Sapete, devo fare un pezzo sulla realtà rock a Terni e ho saputo che voi avete un gruppo e che siete un gruppo di amici molto amanti della musica rock, quindi chi meglio di voi conosce la situazione?»
   «Grazie… ti va bene per sabato prossimo? Noi stiamo alla sala prove dei Warhead, nella zona artigianale della Polymer… ci possiamo vedere lì oppure ci diamo appuntamento da qualche altra parte e andiamo là insieme, va bene?»
   «Per me va bene… ci vediamo verso le dieci davanti all’edicola di piazza Tacito e poi partiamo!»
  
   «Cari lettori, oggi abbiamo raggiunto la sala prove di un nuovo gruppo rock ternano, i Warhead. Abbiamo incontrato Fausto, chitarra e voce, Lucio, batteria, e Roby, general manager… »
   «Beh, non proprio general manager… diciamo che tengo i contatti tra il gruppo e il mondo esterno!» disse Roby all’inviato del “Messaggero”.
   «Bene… cosa mi dite dei Warhead?»
   «Se mi permetti» disse Fausto «non vorrei parlare dei Warhead, anche perché l’altro chitarrista/cantante sta facendo il militare, e al momento stiamo fermi. Però vorrei parlare di un’altra cosa… posso?»
   All’assenso del suo interlocutore, Fausto comunicò quanto segue:
   «Oggi, sabato 21 gennaio 1984, è nata ufficialmente la prima rock fanzine stampata a Terni. Dopo un paio di mesi di gestazione, “TERNI CITY ROCKERS” è finalmente una realtà. Il grande pregio di questa fanzine è quello di dare voce alla realtà musicale cittadina, di qualsiasi genere e di qualsiasi estrazione ella provenga. Esorto tutti coloro che hanno un gruppo, o che suonano da soli, a mettersi in contatto con la nostra redazione, per parlare di ciò che più a cuore ci sta: la musica. Tutte le varie realtà saranno ascoltate… non ci sarà alcun pregiudizio… nessuno sarà escluso… chi ha da dire qualcosa di vero, ora può farlo attraverso il nostro e vostro giornale. Diamo finalmente un’energica sferzata all’apatia che contraddistingue la nostra città. Facciamo sentire la nostra voce, la voce dell’anima rockettara di Terni. Contattateci al numero 21… »
   E con queste parole, gli Strangers annunciarono al mondo intero la nascita di TERNI CITY ROCKERS, la voce rock di Terni.
   Fu quello un momento veramente importante per tutta la scena musicale della città. Non più solo gruppi che suonavano solo per il piacere di fare musica: ora c’era anche una rivista, autogestita e senza un briciolo di pubblicità (che bello il pionierismo…) che poteva far giungere il messaggio che ognuno voleva lanciare, anche fuori dalle mura cittadine, e questo avrebbe posto Terni tra le città più all’avanguardia nel fantastico mondo della musica.
  
   Costruire il nostro domani, pietra su pietra, mattone su mattone, anche la più minuscola pagliuzza serve ad innalzarci verso il futuro che il fato ci ha destinato.
   Però, poi, ci sono quei giorni, quei mesi, a volte quegli anni, che non sappiamo come spendere il tempo che ci è stato concesso, e ci arrabattiamo in inutili filosofie freudiane, inseguendo un sogno troppo irreale per le nostre menti ottuse.
   Tutto questo discorso è per farvi capire che Roby non buttava mai via ogni singolo minuto della sua vita; ogni secondo era buono per creare un tassello di quel mosaico che chiamiamo futuro. Si stava adattando all’idea che avrebbe fatto qualcosa di creativo, di utile agli altri, per quel poco che poteva interessare agli altri, il suo umile lavoro, ma per lui era molto importante: quel trimestre febbraio/marzo/aprile del 1984, era iniziato in maniera elettrizzante.
   Lunedì 6 febbraio, cominciarono le trasmissioni via etere della nuova creatura degli Strangers: il programma “Rock brigades” dai vetusti studi di Radio Alice, una radio libera (ma libera veramente) che trasmetteva dal castello di San Girolamo a Narni, che cercava, in qualche modo, di rinverdire i fasti e di seguire la pista segnata dalla vecchia Radio Evelyn negli anni settanta; pochissimo spazio (giusto il minimo indispensabile) alla pubblicità, musica colta (?) come l’heavy metal e l’hard rock, il rock americano stile Dylan, Fleetwood Mac, Springsteen o Patti Smith, la new wave di gente tipo U2, Simple Minds, Rem, Bauhaus, Smiths, la musica elettronica tipo Kraftwerk o Tangerne Dream, il buon vecchio rock progressivo anglosassone anni settanti dei Genesis, dei Pink Floyd, degli Yes, dei Jethro Tull (in pratica i primi amori di Roby), i cantautori italiani meno disimpegnati come De Andrè, Guccini, De Gregori o il primo Bennato: non c’era spazio in quella radio, come lo era stato anche per Radio Evelyn, per le canzonette da classifica (anche se circolava in radio un 45 giri dal seducente titolo “Like a virgin” di una ragazzotta americana di origine italiana, una certa Veronica Ciccone in arte “Madonna”), o per gli sbattimenti ancheggianti creati dalla disco music.
   Anche nell’aspetto esteriore (oggi lo chiameremmo “look”), le sale occupate dalla radio, ricordavano in tutto e per tutto lo stile della sorella maggiore Evelyn, con poster del “Che” o della “falce e martello”, due giradischi antidiluviani con tanto di mixer ultrastraprofessionale (ma quando mai!), perfino un registratore a cassette che mandava continuamente musica tutta la notte senza stare a girare il lato della cassetta (eh… i misteri della tecnica!); l’arredamento era molto sobrio: un paio di divani portati da casa da qualcuno, una decina di sedie da bar di plastica, un tavolinaccio unto e bisunto; in altre parole, sembrava di stare in paradiso.
   In poco tempo divenne una cult-radio, anche se, già alla periferia di Terni, per non parlare del centro e della zona verso est della città, non era facile centrare alla perfezione i 98,1 mhz della stazione radiofonica narnese, nonostante la grande antenna (si può dire abusiva o m’arrestano?) installata dalle parti della Rocca Albornoz, ma chi amava un certo discorso cultural-musicale, provava in tutti i modi la miglior ricezione possibile, ed era molto facile vedere gruppi di metallari del capoluogo riuniti nelle loro auto girovagare nella zona industriale di “Sabbione” per seguire adeguatamente le performances dei “Four horsemen”.
   Roby, Fausto, Mauro e Marco, ebbero a disposizione, inizialmente, quattro ore settimanali, dalle 22 alle 24 del lunedì e del mercoledì, per irradiare al mondo intero la loro musica preferita.
   Certo, non erano gli studi di Radio Galileo o di Radio Antenna Musica o di Radio Incontro, e anche i quattro, professionalmente, lasciavano un po’ a desiderare (si chiamavano Roby o Marco e non Federico “l’olandese volante” o Anna Pettinelli), ma il vigore, la forza, l’amore viscerale che esternavano da quei microfoni di seconda mano, era mille volte più vero di chi percepiva anche uno stipendio per un’ora di trasmissione nelle radio più alla moda.
   Il buon David, l’eclettico chitarrista dei Synthesis, prestò la sua proverbiale e camaleontica voce per la sigla iniziale e per quella finale, e per gli stacchetti tra un brano e l’altro.
   Questi sketches facevano venir giù le lacrime dal ridere: uno era il dialogo tra due contadini della alta valle ternana che, tra pecore e capre, riuscivano a captare una stazione radio che emanava “Solar angels” dei Priest al massimo volume e al grido di “Porca Madoska… ma che è!” lasciavano i caprini e gli ovini al loro destino e si esibivano in frenetici movimenti di testa da veri headbangers; un altro, che poi fu reso famoso dai Warhead nel loro primo mini lp (ne parleremo in seguito… non vi preoccupate), aveva come protagonista un astronauta sperduto nello spazio più profondo, che vive grazie alle onde sonore emanate da una piccola radiolina tascabile che manda i suoi brani preferiti.
   Queste spassosissime scenette, mandarono in visibilio i “grandi capi” della radio, e, nel giro di qualche settimana, “Rock brigades” divenne il programma di punta di tutta la radio; aumentarono le ore giornaliere da due a tre, e anche il venerdì, dalle 21 alle 24, divenne esclusiva del quartetto, a cui si aggiungevano, dall’altra parte del vetro, tutti gli altri membri degli Strangers, in una sorta di happening metallico ante litteram.
   Parafrasando Re Mida, si poteva affermare che tutto ciò che la mente degli Strangers toccava, diventava oro, metaforicamente parlando, sia ben inteso, perché di tutto il lavoro che quel gruppo di amici portò avanti per quasi un decennio (“Rock Brigades”, “Terni City Rockers” prima e “Sentinel” dopo, Warhead eccetera eccetera), non riuscì quasi mai a portare nelle loro tasche mille lire, anzi, dovevano sborsare di tasca propria i soldi necessari per l’acquisto di nuovi dischi o di nuovi strumenti o per le fotocopie dei giornali, ed erano tempi quelli che di soldi nelle tasche dei nostri amici, ne giravano pochini (a parte Roby che lavorava nella ditta di pulizie, gli altri vivevano quasi di rendita, poiché provenivano da buone famiglie borghesi, ma i soldi erano pochi anche per loro), ma la passione era talmente grande, che nessuno ci badava più di tanto (o quasi…).
   Per più di un anno, “Rock Brigades” irradiò la sua musica ad alto potenziale dai microfoni narnesi, suscitando, a più riprese, la megalomane gelosia di un ben noto metal dj ternano che, ormai, non si sentiva più l’esclusivo mentore del metallo pesante: quattro ragazzotti con le idee giuste, stavano pian piano surclassandolo nei metal hearts dei bangers ternani, e questo rese felice sia Roby che tutti gli altri più di ogni altra cosa.

   Se a quel tempo si voleva ascoltare nello stesso programma “Iron Maiden e Slayer, Judas Priest ed Exciter, Rainbow e Venom, Scorpions e Celtic Frost, Ozzy Osbourne e Bathory, Quiet Riot e Mötorhead, Ratt ed Agent Steel, Cloven Hoof e Destructor, Twisted Sister e Flotsam & Jetsam, Tygers of Pan Tang e Tank, Accept e Kreator, Mercyful Fate e Exodus, Witch Fynde e Helstar, Dio e Suicidal Tendencies, Loudness e Impaler, Omen e Damien Thorne, Jag Panzer e Vicious Rumors, Liege Lord e Tokyo Blade, Saxon e Dark Angel, Beltane Fire e Grim Reaper, Grave Digger e Sodom, Warlock e Pretty Maids, Krokus e Piledriver, Sacred Blade e Coney Hutch, 220 Volt e Candlemass, Mindless Sinner e Metal Church, la new wave of italian heavy metal e il punk più trasgressivo, gli Heir Apparent, i Fates Warning, i Warlord, i Leatherwolf, i Manilla Road, i Savatage, gli Anvil Chorus, i Lizzy Borden, i Crimson Glory, i Trouble, i Savage Grace, Wendy O’Williams, i Deep Purple, i Rainbow, gli Hellion, gli Anthrax, i Thin Lizzy, gli Abattoir, i Whiplash, i Metallica, gli Unholy Death, i Mayhem, i Corrosion of Conformity, gli Original Sin, gli Znöwhite, Dio e Whitesnake, i Bitch, i Nuclear Assault, i Wasp, i Malice, i Mötley Crüe, gli Icon, i Poison, (ve sete stufati? Ne ho altri 1500 pronti qui da sfornare), i Jag Wire, gli Heavy Pettin’, i Rogue Male, gli Atomkraft, i Rankelson, i Raven, i Trojan, i Discharge, gli Chateaux, I Satan Jokers, i Battle Axe, i Running Wild, gli Halloween, i Warrant, i Picture, i Tankard, i Virginia Wolf, gli Stainless Steel, gli Angel Dust, i… e mi sono rotto i co.. siddetti!”, era solo dalle deboli onde magnetiche di Radio Alice che si potevano ascoltare… THANK YOU VERY MUCH FOR YOUR ATTENTION!

   Scusate, ho perso il filo del discorso… dove eravamo rimasti? Ah, si…
   «Questa è una grande vittoria!» disse una volta Fausto «L’heavy metal è dentro di noi, ovunque e per sempre. Non mi sognerei mai di diventare ricco con il metal, come qualcuno di mia conoscenza invece vorrebbe. Il cuore metallico di noi Strangers, è più forte dei quattro soldi che qualche radio locale elargisce a persone che non sono degne di ascoltare ciò che pretendono di mandare via radio!» (e con questo, finita la trasmissione… stop alle telefonate… ma, soprattutto, stop alle cazzate che sono state scritte su questa pagina, ma avevo voglia di tralasciare tutto il discorso per sperimentare cose nuove… eh! eh! eh!).

   11 febbraio, ore 9 e 30 del mattino: Roby, Fausto e Mauro, si ritrovano in un grande negozio di elettrodomestici della città. Roby ha deciso finalmente di spiccare il grande salto… ha deciso di dare un taglio al vecchio impianto stereo ed acquistare un impianto sonoro hi-fi con i controcogl…
   Il nostro eroe (eroe… diciamo un comune figlio degli anni ’80) si era portato da casa qualche disco per provare le sensazioni che i vari componenti del suo nuovo impianto hi-fi potevano dargli, in modo da fare un acquisto il più inerente possibile al tipo di musica che ascoltava tutti i giorni.
   Era inutile acquistare un paio di casse acustiche molli: ci volevano casse potenti, piene di toni bassi, ma, al tempo stesso, delle casse dolci, perché, ogni tanto, Roby amava ascoltare anche qualcosa di musica classica (leggasi i “Carmina Burana”, Wagner, i canti gregoriani), allora si orientò verso le Advent 4002, 120 watt micidiali, belle e musicalmente coinvolgenti (anche il prezzo: 750.000 lire del vecchio conio). Per il piatto o giradischi, si orientò verso un Technics SL-B200 dalla linea accattivante, col braccetto a “T” e non a “S” come andava di moda allora. Poi, due belle piastre di registrazione Teac V-330 (non si può dire, ma a lui servivano anche per doppiare altre cassette). E, per finire, l’amplificatore per mandare avanti il tutto: un Sansui A-9, bello, tutto nero, con una moltitudine di entrate, e 80-watt-80 per canale che avrebbero rivoltato tutto il condominio.
   Logicamente Roby non era (ancora) un tecnico ben preparato per assemblare tutti questi componenti nella sua tana, e così, fu costretto a farselo portare a casa dai tecnici del negozio, ma questo successe due giorni dopo, e per due giorni, fu costretto a leccarsi i baffi in attesa del grande evento, ma, nonostante questo, dovette firmare quattro cambialette da 400.000 lire l’una.

   Domenica 12 febbraio, ore 10 del mattino: nella sala prove dei Warhead al momento inutilizzata, Roby e Fausto invitarono di nuovo Francesco Pullia, il cronista del “Messaggero”, per sviluppare con lui, in modo più completo dell’altra volta, un’intervista sulla nuova realtà rock ternana.
   Francesco era un giornalista ex-sessantottino, e aveva ancora la mente persa nei Beatles e nei Rolling Stones, ma vivendo a contatto con i giovani ternani, si era reso conto che i tempi stavano cambiando, che i fricchettoni (e una volta lo era stato anche Roby, ricordate?), ormai erano una specie in via d’estinzione, una specie protetta dal WWF, che il movimento hippy era solo una parola scritta sullo Zanichelli.
   C’era una nuova e potente vitalità nella nuova generazione figlia del boom economico degli anni sessanta, e di questo Francesco ne fu consapevole appena cominciò la sua chiacchierata con i due metallers.
   Si parlà di tutto, dai Warhead al movimento heavy nel mondo, dai programmi radiofonici all’abbigliamento tipico di ogni metal kid che si rispetti, fino ad arrivare al piatto forte dell’intervista: la fanzine Terni City Rockers, che stava riscuotendo un buon successo di critica (un po’ meno di pubblico). Non era facile fare quello che quel gruppo di concittadini stava facendo in una città ottusa come Terni, ma Francesco trovò entusiasmante quella mattina e, quando il 15 marzo apparve l’articolo sulla cronaca di Terni del quotidiano romano, sia lui che i diretti interessati, provarono un senso di orgogliosa vanità.
   13 febbraio: arriva l’impianto stereo a casa di Roby che, visto anche che il giorno dopo era San Valentino, giorno di festa a Terni, si prese una giornata di ferie dal lavoro per provare e riprovare le sonorità adeguate al suo orecchio stramalato di metallo pesante.

   14 febbraio: viaggetto a Roma per acquistare qualche disco nuovo. Momento topico della giornata, l’ascolto del nuovissimo lp dei Manowar, “Hail to England”, ascolto che non fece che confermare le ottime potenzialità del combo americano capitanato da quell’essere chiamato Joey Di Maio, fautore di un epic-metal tra i più coinvolgenti del pianeta terracqueo (ascoltare “Bridge of death”, please!).

   Giovedì 23 febbraio: alla discoteca Manila di Campi Bisenzio, in quel di Firenze, si esibiscono i danesi Mercyful Fate. Neanche a dirlo gli Strangers si precipitano nel capoluogo toscano per assistere alla performance di questo nuovissimo gruppo capitanato da una strana entità che rispondeva al nome di King Diamond.
   Per l’occasione, ai soliti, si unì anche un nuovo adepto della setta, Silvano, un tipo che vi raccomando, dai capelli lunghissimi e con un paio di baffetti da sparviero, che amava il metal più spiccatamente dark (leggi Sabbath, Ozzy, Fate appunto e altre cose del genere), non disdegnando, al contempo, tutto il resto.
   Fu un viaggio memorabile: per cause ancora non decifrabili a più di venti anni di distanza, all’andata sbagliarono clamorosamente strada. Invece di prendere la superstrada Siena-Firenze, si ritrovarono sulle colline toscane, passando per paesini sconosciuti (tra cui un “Bottai, frazione di Impruneta” che divenne un’altra delle 80 carte de “Lu mercatu de li stiavi”), arrivando nel capoluogo dopo oltre sei ire di viaggio allucinante, anche in mezzo alla neve (da Terni a Firenze ci sono all’incirca 200/230 chilometri, quindi un paio d’ore e mezza/tre di viaggio, non di più!).
   Riavutisi dallo shock, i nostri amici entrarono nella discoteca già brulicante di metallari d’ogni sorta.
   Il concerto fu aperto dai Rollerball, un gruppo metal fiorentino capitanato da Maxx Bell, che era uscito da poco su vinile con un mini-lp di tre pezzi di buon heavy rock, ma, nonostante il quartetto giocasse in casa, non fu accolto molto bene dai metal kids presenti e, dopo un paio di pezzi, fu costretto a lasciare il palco a Sua Maestà King Diamond e soci.
   I “five danish rockers” entrarono sul palco alla spicciolata e subito partì “Doomed by the living dead” che alzò subito il tasso adrenalinico nei metallari presenti.
   L’assenza di un vero palco e di guardie del corpo di una certa stazza, fu, però, causa di qualche piccolo incidente, tipo sputi rivolti ai rockers danesi, spintoni per accaparrarsi “li mejo posti” ecc.
   Fu poi la volta di “Curse of the Pharaohs” e di seguito “Black masses”, “Evil”, “Satan’s fall”, “Gipsy”, “The oath”, “Into the coven” (che secondo Roby resta il miglior brano in assoluto del Fato Misericordioso), “A corpse without a soul”, “At the sound of demon’s bell” e, come bis finale, “Nuns have no fun”.
   Un grande, grandissimo Hank Shermann, fu il vero protagonista della serata insieme al “Re Diamante”. Hank è un guitar man veloce e preciso nei suoi assoli al fulmicotone e nei suoi passaggi prettamente oscuri e pieni di presagi infernali; un guitar man che si è studiato a memoria lo stile di Tipton e Downing. Il “King” fu, invece, dal punto di vista vocale, non certo da quello prettamente spettacolare, una parziale delusione: quel suo modo di cantare in falsetto, lo portava, ogni tanto, a delle stonature evidenti, ma il carisma che emanava dal suo essere così diabolicamente eccitante, sopperì a quei piccoli inconvenienti.
  
   Finito che fu il concerto, ritornando verso il parcheggio, Fausto ebbe la graditissima sorpresa di vedere il finestrino posteriore della sua Mini Clubman tutto fracassato.
   A parte i danni alla macchina, si constatò che mancavano all’appello: il radioregistratore di proprietà degli Strangers, vinto qualche mese prima ad una caccia al tesoro fatta a Sangemini dove gli Strangers arrivarono secondi; il piumino nuovo di Roby pagato 80.000 lire (fu costretto a comprarselo un altro identico da “Emilio jeans” per non far capire alla mamma che l’altro glielo avevano fregato!); un maglione di marca sottratto al povero Bob “The flying dutchman” (e chi lo conosce sa bene cosa significò per lui, di temperamento scozzese-genovese, quell’appropriamento indebito… ); tutta una serie di cassette audio di proprietà di Fausto; lo zainetto di Marco dove c’era tutta la cena al sacco dei quattro componenti l’equipaggio della Mini. E se questo non bastasse, provate un po’ voi a farvi 250 chilometri con quattro gradi sotto zero, neve qua e là, praticamente in maniche corte e senza il lunotto posteriore (riuscirono a sopperire allo sconquasso, staccando da un muro un manifesto del concerto; e fu proprio il poster ed impedire che i quattro rimanessero congelati nell’auto, nel lungo viaggio di ritorno!).

   25 febbraio: nella cassetta delle lettere di casa D., apparve un pacchetto. Roby lo aprì impaziente.
   Aveva mandato qualche centinaio di lettere (tutte a spese sue) ai più svariati gruppi italiani e stranieri, alle case discografiche impegnate nel metal, a giornali e fanzines più o meno famose, cercando di stabilire contatti con il maggior numero di persone impelagate nel movimento metallico.
   I primi a rispondere all’eccitatissimo Roby, furono i triestini Steel Crown, storico ensamble della new wave of italian heavy metal non molto simpatico a molte persone dell’ambiente (sinceramente Roby apprezzò moltissimo, invece, la loro disponibilità), antipatia soprattutto per Yako De Bonis (R.I.P.), frontman del gruppo friulano che scomparve qualche anno dopo, reo di avere, si diceva nell’ambiente, simpatie per l’estrema destra. Erano soprattutto i componenti di altri gruppi di quell’ondata che lo consideravano un “neonazista”, ma io credo più per l’invidia che per motivi politici: il gruppo non era niente male, fautore di un heavy rock con venature bluesy, una sorta di Deep Purple molto duri (ma come kazzo si fa a definire “neonazista” un gruppo che proviene dalla strada, che si è fatto un mazzo tanto per riuscire ad arrivare non dico al successo ma a farsi conoscere un po’ dappertutto, proprio no riesco a capirlo… forse mi sono perso qualcosa!).
   Gli Steel Crown spedirono il loro primo demo, completo di biografia e foto del gruppo.

   E martedì 28, arrivò il secondo pacchetto, con materiale riguardante il gruppo cult per antonomasia del panorama metallico italiano degli eighties: i Death SS di Steve Sylvester e Paul Chain da Pesaro.
   «Oh kazzo!» pensò Roby stropicciandosi gli occhi dalla sorpresa «Mi hanno scritto i Death SS!» Era come se Sua Eminenza Rob Halford in persona avesse mandato il suo curriculum vitæ alla redazione di Terni City Rockers, tanta era la fama che il gruppo marchigiano si era fatta nelle menti degli italici metallari.

   Ed arrivò il fatidico 15 marzo.
   Roby arrivò trafelato a casa di Fausto alle 8 e 30 del mattino (praticamente l’alba) con sottobraccio una copia del “Messaggero”, e, all’interno, nelle pagine dedicate alla cronaca di Terni, un bell’articolo su tre colonne: “METALLARI PER «VIVERE»: la provocazione dei Terni City Rockers”.
   «Per la miseria!» disse Concitato Fausto all’amico «È uscito per davvero! Guarda, parla anche delle Walkyria, pensa un po’! Se sapessero…» (mi dispiace… ma a proposito delle Walkyria, non posso dirvi niente: un giuramento fatto col sangue mi impedisce di parlare di questo ensamble di giovani metallare, anche se avrei una voglia matta di… lasciamo perdere, va!).


P.S. Non riesco a mettere l'immagine del ritaglio del giornale, perdonatemi!

Lo scrigno dei ricordi: "Discoring" (1977-1989)

Il film del giorno: "Le streghe di Eastwick" (1987)

Il disco del giorno: "Fabrizio De Andrè e PFM - In Concerto" (1979)

Il poeta del giorno: NAZIK AL MALAIKA

Nazik nasce a Baghdad nel 1922, in una colta e numerosa famiglia da padre editore e poeta e madre poetessa. Inizia a scrivere e pubblicare poesia già al liceo, mentre studia anche musica e recitazione.
La sua ottima conoscenza della lingua inglese le fa ottenere una borsa di studio per gli Stati Uniti, per l’università di Princeton, New Jersey, un ateneo che in quegli anni, anche lì nel cuore dell’occidente, era frequentato quasi esclusivamente da uomini; Nazik era una delle pochissime donne studentesse.
La sua prima raccolta di poesie è del 1947, intitolata L’amante della notte, ed è dello stesso anno come abbiamo visto, la sua poesia, la prima orgogliosamente in versi sciolti, Il colerascritta sull’onda emotiva dei fatti di cronaca che la radio irachena raccontava in quei giorni dell’Egitto, dove una epidemia di colera stava mietendo più di mille morti al giorno.
E’ del 1949 la sua seconda raccolta, intitolata Schegge e cenere, preceduta da una lunga prefazione sulla teoria della metrica della nuova poesia, coraggioso sforzo di riflessione teso a rifondare il senso della forma nella vita nuova dei suoi contemporanei.
Già questo saggio la rese oggetto di numerosi attacchi dei rappresentati della poesia tradizionale. Ma Nazik, forte del suo essere oltre che poeta, una teorica, una grammatica e soprattutto una musicista, si difese abilmente. La sua profonda e solidissima formazione araba le permise di argomentare eloquentemente la difesa della nuova pratica poetica che lei proponeva.
Nonostante questo Nazik continua a nutrirsi di letteratura in lingua inglese e francese. Studia il latino e impara a memoria i versi dei lirici greci. Nel 1951 ritorna ancora negli Stati Uniti per studiare critica letteraria, e poi di nuovo nel 1954 per completare gli studi in Letterature Comparate presso l’Università del Wisconsin.
In questi anni i suoi lavori vengono pubblicati a Beirut, in Libano, dove vive per un po’. Nel 1957 esce la sua terza raccolta, Profondità dell’onda, e nel 1958 anche i suoi versi, insieme a quelli dei poeti della sua generazione, hanno festeggiato commossi la nascita della repubblica.
Rientrata quindi in Iraq, inizia ad insegnare presso l’Università di Baghdad. Nel 1961 sposa Abdul-Hadi Mahbuba, suo collega presso il dipartimento di arabo. Insieme contribuiranno poi a fondare l’università di Bassora, nel sud dell’Iraq. Esce nel 1968 la sua quarta raccolta dal titoloL’albero della Luna, mentre nel 1970 scrive il lungo poema La tragedia della vita e il canto dell’uomo. Nello stesso anno con l’avvento al potere del Baa’th si vede costretta a lasciare il Paese.
Insieme alla sua famiglia si trasferisce in Kuweit, e quando nel 1990 Saddam Hussein invade anche questo Paese, si rifugia in Egitto dove si stabilirà fino alla sua morte, nel 2007.



Io
la notte mi chiede chi sono
sono il segreto della profonda nera insonnia
sono il suo silenzio ribelle
ho mascherato l’anima di questo silenzio
ho avvolto il cuore di dubbi
immota qui
porgo l’orecchio
e i secoli mi chiedono
chi sono
E il vento chiede chi sono
sono la sua anima inquieta rinnegata dal tempo
come lui sono in nessun luogo
continuiamo a camminare e non c’è fine
continuiamo a passare e non c’è posa
giunti al baratro
lo crediamo il termine della pena
e quello è invece l’infinito
Il destino chiede chi sono
potente come lui piego le epoche
e ridòno loro la vita
creo il passato più remoto
dall’incanto di una vibrante speranza
e lo sotterro ancora
per forgiarmi un nuovo ieri
di un un domani gelido
Il sé chiede chi sono
come lui vago, gli occhi fissi nel buio
nulla che mi doni la pace
resto ancora e chiedo, e la risposta
resta nascosta dietro il miraggio
ancora lo credo vicino
al mio raggiungerlo tra
monta
dissolto, dispare

INVITO ALLA VITA 

Arrabbiati, ti amo arrabbiato e ribelle,
rivoluzione cocente, esplosione.
Ho odiato il fuoco che dorme in te, sii di brace
diventa una vena appassionata, che grida e s'infuria.
Arrabbiati, il tuo spirito non vuole morire 
non essere silenzio innanzi al quale scateno la mia tempesta.
La cenere degli altri mi è sufficiente, tu, invece, sii di brace.
Diventa fuoco ispiratore delle mie poesie.
Arrabbiati, abbandona la dolcezza, non amo ciò che è dolce
il fuoco è il mio patto, non l'inerzia o la tregua con il tempo
non riesco più ad accettare la serietà e i suoi toni gravi e tranquilli.
Ribellati al silenzio umiliante 
non amo la dolcezza 
ti amo pulsante e vivo come un bambino 
come una tempesta, come il destino 
assetato di gloria suprema, nessun profumo
può alterare le tue visioni, nessuna rosa...
La pazienza? È la virtù dei morti.
Nel gelo dei cimiteri, sotto l'egida dei versi
si sono addormentati e abbiamo dato calore alla vita
un calore esaltato, passione degli occhi e delle gote.
Non ti amo oratore, ma poeta 
il cui inno esprime ansia 
tu canti, sebbene alterato, anche se la tua gola sanguina
e se la tua vena brucia.
Ti amo boato dell'uragano nel vasto orizzonte 
bocca tentata dalla fiamma, disprezzando la grandine
dove giacciono desiderio e nostalgia.
Odio le persone immobili 
aggrotta le sopracciglia, mi annoi quando ridi
le colline sono fredde o calde, 
la primavera non è eterna 
il genio, mio caro amico, è cupo 
e i ridenti sono escrescenze della vita 
amo in te la sete eruttiva del vulcano 
l'aspirazione della notte profonda a incontrare il giorno 
il desiderio della sorgente generosa di stringere le otri 
ti voglio fiume di fuoco, la cui onda non conosce fondo.
Arrabbiati contro la morte maledetta 
non sopporto più i morti.

31 gennaio: ci hanno lasciato...


SILVIO PELLICO (scrittore, 1854)


FRIEDERICH RÜCKERT (poeta, 1866)


LEONARDO SINISGALLI (poeta, 1981)


SLIMANE AZEM (poeta, 1983)


LUIGI COMPAGNONE (poeta, 1988)


GAIO FRATINI (poeta, 1998)


GORDON DICKSON (scrittore fantascienza, 2001)







31 gennaio: auguri a...


ALESSANDRO BENVENUTI (attore, regista, 62)


PHIL MANZANERA (chitarrista Roxy Music, 61)


JOHN "Johnny Rotten" LYDON (cantante Sex Pistols, Pil, 56)


MANUELA DI CENTA (ex campionessa sci di fondo, 49)


MALIKA AYANE (cantante, 28)





lunedì 30 gennaio 2012

TERNI CITY ROCKERS: 24a puntata


«La nostra natura è incline
a vedere solo il male nell’avversario,    
ad attribuirgli sempre il male,
magari anche quello che non c’è.»
   (Mahatma Gandhi)

DICIOTTESIMO

   Giovedì 12 gennaio, Roby e Mauro, decisero di andare a Roma, a comprare qualche disco. Su segnalazione di Mauro Piccini, un metallaro romano che stampava la fanzine “Metal Gods”, i due andarono in un negozio di Trastevere, “Revolver” che, aveva detto lui, era specializzato in dischi metal, moltissimi introvabili da altre parti.
   In Piazza dei Cinquecento, presero il “170”, che imboccò via Nazionale, proseguì per piazza Venezia, quindi largo Argentina, ponte Garibaldi sul Tevere e, infine, piazza Sonnino, proprio all’inizio del quartiere più popolare di Roma.
   Roby e Mauro scesero, e cominciarono a cercare via Genova, ma furono costretti a chiedere informazioni ai passanti. Finalmente, dopo svariate giravolte a destra, incroci a sinistra, la seconda a destra dopo la fontana, arrivarono in via Genova, e qui, proprio in fondo alla via, in un buco trasformato in negozio, trovarono “Revolver”.
   Appena misero piede in quell’anfratto che doveva chiamarsi negozio, rimasero di stucco: il posto brulicava di metal kids in tutte le salse e furono costretti a fare la fila per poter scartabellare i dischi esposti. Dopo un’attesa di una decina di minuti che passarono leggendo una marea di annunci scritti a penna tipo “cercasi batterista per gruppo hardcore” o “cercasi cantante donna, bionda, porca e…”, riuscirono ad arrivare al primo scaffale di dischi, quello dalla “A” alla “E”, e c’erano un’infinità di gruppi sconosciuti come Angel Dust, Acid, Blitzkrieg, Cirith Ungol, Dark Avenger, Earthshaker, Axill, Blade Runner ecc. ecc.
   Roby aveva gli occhi lucidi dallo stupore: era il primo degli otto scaffali dedicati solo ed esclusivamente al metallo pesante, e già aveva trovato un centinaio di dischi che avrebbe voluto comprare, ma alla fine, visto che come minimo avrebbe dovuto lasciare al negozio lo stipendio di un lustro, ne acquistò una decina, tra cui un improbabile “Phoenix Rising” del gruppo omonimo, che rimarrà una delle poche “sòle” della sua vita da metallaro (la storia per cui Roby comprò questo disco è questa: aveva letto su una rivista che Rob Halford, stava mettendo su un gruppo tutto suo, all’infuori dei Judas Priest, e siccome il biondo vocalist viveva da anni a Phoenix in Arizona, l’ignorante pensava che quello fosse il suo nuovo gruppo, e fu anche travisato dal fatto che sul retro della copertina, non comparivano né foto né componenti del gruppo). Penso proprio che sia stato uno dei dischi più brutti mai concepiti da mente umana, e non solo in campo heavy metal. Fortuna volle che non si trattava di un vero e proprio long playing, ma di un mini lp di 4 pezzi, e quindi, anche il prezzo non era elevato (solo, e dico solo, 6500 lirette), ma ormai la frittata era fatta.
   Usciti da “Revolver” alle 10 e mezza, Roby e Mauro tornarono verso la stazione Termini, e a Roby venne in mente di telefonare a Massimo “er ciriola”, un altro dei suoi ex amici commilitoni.
   Stranamente lo trovò a casa e gli disse che, se si volevano rivedere, non doveva far altro che andare all’interno della stazione: lui l’avrebbe aspettato lì.

   Dopo una mezzoretta, Massimo fece il suo ingresso trionfale nella stazione Termini, e Roby lo vide subito: un po’ cambiato nell’aspetto, i capelli più lunghi, un bel paio di baffoni “alla Bergomi”, ma quell’andatura dinoccolata che lo aveva contraddistinto durante il periodo passato in Friuli, quella non era cambiata per niente.
   Baci ad abbracci come due vecchi amici che non si vedono da secoli.
   «Robbè, sapessi come so’ contento de rivedette! Fatte vede… hai messu su quarche chilo, eh? Ma com’è che stai qui a Roma?»
   «So’ venuto con ‘st’amico mio a comprà un po’ de dischi… sai Roma non è Terni, dove trovi solo quei quattro o cinque gruppi più famosi! Ora ascolto solo l’heavy metal e il punk e… »
   «Oh no! Pure te! E te pareva! Mò è diventata ‘na moda sentì l’heavy metal! Ar quartiere mio nun se dorme più per tutto er casino che fanno ‘sti scemi de metallari… senza offesa, eh!»
   Ma sta zitto! Tu sei rimasto ar “Ballo di Simone”!» e giù risate a non finire: Massimo deliziava spesso la camerata del 7° scaglione con le sue performances alla chitarra, suonando e cantando “Il ballo di Simone” o “Scende la pioggia” o amenità del genere («… butta in aria le mani… e poi falle vibrar… se fai come Simone… non puoi certo sbagliar…»)
   «Te sei sposato?» chiese Massimo a Roby.
   «Ma che sei scemo? Nooo! C’ho solo 23 anni… me vòi fa’ morì così giovane?»
   «E che centra! Io, per esempio, me so’ sposato e mi moje aspetta pure un pupo!»
   «Si… me ricordo che ce parlavi sempre de tu’ regazza… ma che te sei dovuto sposà pe’ forza?» domandò Roby.
   «No… mi moje è rimasta incinta dopo du’ mesi de matrimonio, e mò sta ar terzo mese de gravidanza… »
   «Porca puttana Max… era ieri che ce divertivamo lassù e oggi t’aritrovo sposato… certo che la vita è proprio strana!»
   «Che ce vòi fa’! So’ scerte de vita… nun m’ha obbligato nessuno… e se l’ho fatto, l’ho fatto solo pe’ amore!»
   «See… amore de tu’ sorella… ma famme er piacere! Ma sentitelo er romanticone! Aò, mica te sto a condannà!» disse Roby «Com’p che diceva Bennato… “è stata tua la scelta, allora adesso che vuoi…”, scherzo sa!»
   «Si, si, tu scherzi, ma quanno verrà er turno tuo, te vorrei proprio vede… »
   «Senti… lassamo perde ‘sti discorsi da adulti… noi annamo in un negozio qua vicino, vòi venì pure te?» (non so se c’avete fatto caso, ma Roby aveva uno strano difetto: se parlava con un romano, gli veniva da parlare in romanesco pure a lui; se parlava con un romagnolo, lo stesso, e così via…).
   «Vabbè, tanto nun c’ho niente da fa’… e manca più de un’ora per pranzà!»

   Allora i tre si diressero verso via dei Mille, proprio dietro la stazione Termini. Roby c’era già stato una volta, qualche tempo prima, ma la mancanza di dinero, non gli permise di fare acquisti; stavolta aveva un po’ di grana a disposizione, nonostante avesse già speso 175.000 lira da Revolver.
   Arrivati davanti a “Millerecords”, videro un po’ di agitazione all’interno del negozio: c’erano una decina di metallari tutti eccitati. Entrarono, e Roby chiese ad uno di loro quale fosse il motivo di tanta eccitazione.
   «È uscito er disco nòvo dei Judas Priest!» gli rispose un energumeno alto un metro e novanta con i capelli lunghi fino al culo.
   Roby spalancò gli occhi quando vide la copertina del disco col “Metallian” in primissimo piano capeggiare sul bancone.
   «A mà, porca puttana…! Guarda qua! …”Defenders of the faith” dei Judas! Kazzo! Kazzo! Kazzo! Non ci posso credere! Me sta a venì la pelle d’oca! Ce toccherà pijanne una anche per Fausto, sennò mòre d’invidia!»
   Per un attimo il povero Massimo  contava come il due di bastoni a briscola quando regna coppe, gli occhi e le parole dei due metallers ternani erano tutto per quel pezzo di vinile.
   Roby se ne accorse e chiese scusa al suo amico.
   «Massimo, scusame tanto… non immaginavo di trovare il nuovo disco dei Judas Priest…»
   «Manco si fosse ‘na bella fica!» rispose “er ciriola”.
   «Non pòi capì! Per noi i Judas Priest sono come degli dèi e trovà er disco nòvo è come aver trovato il Santo Graal!»

   E così, con quelle tre copie del nuovo album (anche Mauro, per non sentirsi da meno, ne acquistò una) del gruppo più amato da tutti gli Strangers, Roby e Mauro salutarono Er Ciriola e risalirono sul treno per Terni.
   Arrivati alla stazione di piazza Dante verso le 2 e tre quarti, telefonarono subito a Fausto che, dopo qualche minuto, arrivò trafelato a bordo della sua Mini Clubman rossa.
   «Senti un po’… c’hai una mezzoretta libera?» chiese Roby.
   «Perché, che hai trovato a Roma?»
   «Un bel po’ de robba tosta… ma dai, portace a casa mia, così sentimo quello che avemo comprato… » e così fecero.
   Si radunarono a casa di Roby, misero una benda sugli occhi di Fausto per non fargli vedere gli acquisti, e cominciarono dai Phoenix Rising, ma lo tolsero subito (da qui Roby capì la gran sòla che aveva preso); venne poi il turno di “Holy diver” primo disco solista di Ronnie James Dio, ex singer dei Rainbow e dei Black Sabbath post-Ozzy, giudicato molto favorevolmente dai tre; toccò poi a “Shout at the devil” dei coloratissimi americani Mötley Crüe, poi a “Canterbury” dei Diamond Head, a !We came to kill” delle californiane Leather Angels, quattro strafiche in denim & leather che dopo quel disco scomparirono dalla circolazione, poi all’altra strafica Lita Ford e il suo “Out for blood” e ai canadesi Anvil con “Forged in fire”. Poi toccò ai thrasher Obsession con il mini album “Marshall law”, poi agli stranissimi Cirith Ungol di “King of the dead”, per finire con i Savatage di “Sirens” e il primo lavoro dei Leatherwolf.
   Poi, alla fine, con un po’ di emozione, Roby mise su “Defenders of the faith”, sempre con Fausto che aveva gli occhi bendati, ma già alle prime note di “Freewheel burning”, fece un balzo sulla sedia.
   «Ma… cacchio! Ma… sono i Judas Priest? Ma… ma… è il disco nuovo?»
   «Oh yes!» disse con tono d’orgoglio Roby, e Mauro gli fece eco «Ma non ti preoccupare… ce n’è una copia anche per te… lo vedi che ti vogliamo bene e ti pensiamo sempre?»
   «Grazie, grazie!» disse quasi commosso Fausto.

   E allora, vai con una recensione di questo fondamentale monumento dell’heavy metal music.

-      “Freewheel burning” – Come è diventata ormai una consuetudine del gruppo, il primo pezzo è un pezzo tiratissimo con le solite tematiche: lunghe corse in moto sulle highways americane, belle donne, e tutte quelle sensazioni tipiche di qualsiasi biker che si rispetti;
-      “Jawbreaker” – è il primo colpo al cuore: un pezzo dannatamente drammatico nel suo sviluppo interiore, con la voce di Rob in stato di supergrazia e le chitarre di Glenn e K. K. Che s’inseguono nell’ormai classico stile Priest;
-      “Rock hard ride free” – pezzo metal da cantare e ricantare, e da ballare e riballare nei concerti urlando a squarciagola il ritornello: “Rock hard, ride free, all day, all night… rock hard, ride free, all your life!”;
-      “The sentinel” – è la goccia che fa traboccare il vaso: probabilmente è la più bella song mai scritta dai Priest o, in ogni modo, quella che è rimasta più nel cuore di quella generazione di avidi metallari: “Sworn to avange, condemn to hell, tempt not the blade, all fera the Sentinel!”;
-      “Love bites” – che dal vivo deve essere una vera e propria bomba al neutrone, con quell’inizio da catastrofe atomica, è un pezzo cadenzato giocato sulle alchimie vocali di Halford che si sposano alla perfezione con le alchimie chitarristiche del duo Glenn e K. K.;
-      “Eat me alive” – leggermente su di giri e trascinante, è un pezzo da scuotimento di testa fino allo sfinimento;
-      “Some heads are gonna roll” – è una cover di Bob Halligan jr.; devo dire la verità, non ho mai sentito la versione originale, ma questa “Priest’s version” è veramente micidiale e sarà destinata a diventare un classico del loro repertorio dal vivo;
-      “Night comes down” – è una chicca che va a completare il trittico iniziato con “Beyond the realms of death” e proseguito con “Before the dawn”, e sta a dimostrare che i metallari, quelli veri, non fanno solo casino e rumore, ma sanno anche scrivere struggenti e drammatiche ballads;
-      “Heavy duty / Defenders of the faith” – riprende i canoni tanto cari ai Judas dei pezzi come “Take on the world” e “United”, cioè quei pezzi basati quasi esclusivamente su voce e batteria a mò di inno calcistico: “Let’s all join forces, rule with an iron hand, and prove to all the world… metal rules the land… we’re heavyu duty, so come on let’s tell the world... WE ARE DEFENDERS OF THE FAITH”, che da oggi sarà il credo musicale di tutti i metal kids del mondo.

   Dopo questa scorpacciata di puro metallo (se domandate a Roby quale è stato l’album che più degli altri ha contraddistinto quel decennio, al 101% vi dirà sicuramente “Defenders of the faith” dei Judas Priest), i tre, sfiniti, rimisero sul piatto anteguerra il disco e lo risentirono di nuovo per essere sicuri che ciò che avevano ascoltato fino ad allora fosse vero, e poi di nuovo ancora, e poi ancora, tanto che Roby era già propenso a comprarne un’altra copia, che quella che aveva, cominciava già a rovinarsi (bella la vita con i cd oggi, eh? Ma la magia e il profumo del vinile, dove lo mettete, pero?)

Dal diario di Roby D. – 13 gennaio 1984 – ore 23,05

«Io non credo che la gente sia tanto meschina da prendere in giro il prossimo solo per il gusto di fargli del male! Eppure mi devo ricredere. Ho litigato de-fi-ni-ti-va-men-te con Manetta, perché voleva vendicarsi del fatto che io ho detto in giro che lui si stava comportando da stronzo (ed è vero), sia con me che con gli altri Strangers. Ma come si può definire uno che va dicendo in giro, testuali parole “uno di questi giorni litigo con Roberto P. (Bob “the flying dutchman”)” e poi,alla prima occasione lo sbatte sul muro e gli da un paio di ceffoni senza un motivo che sia valido; uno che ha litigato con mezza Terni, solo perché l’altra metà sono uomini o donne o al di sotto dei 10 anni o al di sopra dei 30; uno che si crede la reincarnazione di Buddha (però, come stazza ci siamo) e vuole essere il padrone assoluto della nostra vita musicale, perché quello che dice lui è legge. E pensare che ci conosciamo da una vita, e pensare che ero disposto anche a passare sopra la beffa dell’amica che mi voleva presentare ma, dopotutto, il mondo va avanti lo stesso, anche senza quell’essere immondo. Il nuovo progetto targato “the Strangers”, la rock fanzine Terni City Rockers, sta andando avanti spedita, ormai il primo numero è quasi pronto, mancano alcuni piccoli dettagli, mentre l’altro progetto, i Warhead, per il momento è fermo, poiché c’è di mezzo il servizio militare. Vorrà dire che alla prossima occasione saranno ancora più incazzati del solito. Ed io come sto? Per certi punti di vista, posso dire che questo è un periodo molto intenso: la fanzine, il fans club dei Warhead (moltissime persone mi hanno scritto o telefonato dopo aver ascoltato il demo tape dell’anno scorso), il prossimo programma che stiamo approntando io, Fausto, Marco e Mauro per una radio di Narni (naturalmente heavy metal al 3000 % almeno facciamo concorrenza all’essere immondo), il lavoro che m’impegna per tutto il pomeriggio (ormai la nostra è una squadra molto affiatata, e stiamo molto bene tutti e sei insieme, anche se ogni tanto qualche problemini c’è, ma è di poco conto), le serate a far baldoria per la città: insomma, c’ho le 24 ore tutte impegnate. Se qualcuno vuole parlare con me, credo che ci sia un posticino tra le 14,45 e le 16,15 del 25 settembre del 2014. Però, devo dire la verità: non mi sento del tutto felice, e non perché, in questo momento non ho la ragazza, anche se questo è un motivo abbastanza valido, ma sento che dentro di me manca qualcosa. Non so bene di che cosa si tratti; di amici ne ho tanti, non ho problemi di lavoro, però c’è un “però” che manca alla mia vita, non mi sento realizzato ancora come uomo. Certo, ho 23 anni e di strada ne devo fare ancora tanta, ma vedo delle persone attorno a me, della mia stessa età, che si sentono più vive. Non sono certo invidioso, ma sento che mi mancano delle certezze. C’era il mio professore di religione a Ragioneria, che ci diceva sempre: “Quale è lo scopo della vostra vita?” Beh, io ancora non l’ho trovato uno scopo a questa vita mia; probabilmente lo troverò nel momento in cui avrò una moglie e dei figli vicino a me. Forse mi sta arrivando la voglia di sposarmi? Può essere, ma non è facile trovare una ragazza che sia disposta ad assecondarmi e a dividere  il mio futuro, per lo meno, io non l’ho ancora trovata. Comunque, andiamo avanti lo stesso, senza problemi, che prima o poi, toccherà anche a me. Metal rules the land!»

   Il 14 gennaio, verso le sei del pomeriggio, Roby stava pulendo le scale esterne dell’ENPAS, gli uffici dove lavorava nella seconda parte della giornata, quando venne Alex di Viterbo a dirgli che c’era Fabrizio “Manetta” che lo stava aspettando fuori per parlargli.
   Roby appoggiò lo scopettone al muro, si lavò le mani sporche di varechina e seguì il giovane metallaro etrusco.
   Giunto che fu al cancello degli uffici, Manetta lo aggredì verbalmente in modo alquanto violento: «Brutto figlio di puttana! Che kazzo vòi da me, eh? Come kazzo te permetti de dì in giro tante cazzate? Mò te gonfio!» e provò a mettere le mani addosso allo spaesato Roby.
   «Tu provace a t’aritrovi ‘na denuncia grossa come ‘na casa!» riuscì a rispondere Roby che, più piccolo dell’altro, cominciava ad avere una certa… non proprio paura, ma lì vicino. «Ma che kazzo vòi… ma vedi d’annà a ‘fanculo che io c’ho da lavorà!» gli ribadì Roby che girò i piedi e se ne tornò al suo posto di lavoro, mentre l’altro continuava a gridargli dietro “brutto stronzo”, “figlio di qua…” e “figlio di là…” e mò… «E mò basta! Mò me so’ proprio rotto li cojoni… Alessà portamelo via sennò lo massacro!»
   Il povero sedicenne viterbese (Alessà, ancora grazie per tutto ciò che hai fatto per rendere possibile tutto quello che ho scritto fino a adesso e quello che ancora c’ho da scrivere) cercò di acquietare gli animi e, in qualche modo, riuscì a portare via Manetta.

   Quella sera stessa, Roby raccontò l’accaduto agli altri che decisero, seduta stante, di fargliela pagare a quell’essere immondo. Come? Lo scopriremo solo vivendo!